Insonnia
Postato alle 05:49 di sabato, 10 maggio 2008
da: [Katherjne]



Mi sovrasta
una pagina bianca
stipata d’ombre.
D’una sagoma
traccio il contorno,
su di essa
appoggio il mio viso
penetro nel dentro
e m’immergo
in quel giogo
che si nasconde.


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Ritmo lento
Postato alle 04:19 di mercoledì, 07 maggio 2008
da: [Katherjne]

 

Cielo sopra, cielo sotto, etere sopra, etere sotto. Tutto ciò che è sopra, tutto ciò che è sotto, prendilo e rallegrati. (Antica frase mistica)

‹‹Nel ritmo lento del tempo che scorre, assaporo ogni piccolo dono posto ai miei piedi.
E’ emozione ogni attimo di vita vissuta, non importa se son lacrime ad avere avuto il sopravvento sulle risa. Io sono e ciò mi rende serena
.››
Erano questi i pensieri che affollavano la mente di Julie mentre attendeva l’arrivo del treno. Amava le stazioni, per tutti inno di dolore nel distacco dalle persone amate, per lei speranza di un nuovo viaggio: spazio temporale quale la vita nel suo (tra)scorrere.
Era una mattina di inizio Maggio, la prima che sentiva primaverile dopo i lunghi mesi di gelo vissuti sulla pelle. A un certo punto volute di nebbia erano apparse dal nulla e l’avevano stretta in un turbinio interiore. Mille immagini si susseguivano nella mente, momenti vissuti negli ultimi anni e attimi tenuti dentro, rabbiosamente, mentre l’involucro si perdeva nel non essere.
E ora che la foschia dissipava si domandava se fosse sempre stata a un passo da simili folli irrazionalità.
Si era vestita di corsa, quella mattina, voleva vedere sorgere il sole dalle acque del mare, e vi si diresse. Dopo il rientro da Ventimiglia, non curava molto il suo aspetto, in verità evitava di riflettersi allo specchio; ciò che vedeva non gli piaceva, gli donava quel senso di irrequietezza, quel senso di fallimento, di chi non è riuscita nel suo intento -il sottobosco scorticava con le sue inarticolate dita la schiena- di chi non era riuscita a portare a termine tutti i suoi propositi. Per natura odiava le cose lasciate a metà e ne criticava le gesta di chi intavolava mille argomenti. Non approvava “chi predicava bene e razzolava male”, eppure, era la strada che aveva percorso fin quella mattina. Nel terreno di ogni vita ci sono cose arrugginite e parzialmente sepolte che vanno disseppellire, anche se questo (ri)aprono vecchie ferite, facendole sanguinare. Ancora.
Era questo che faceva Julie quella mattina in riva al mare: rigettare qualcosa che la stava avvelenando.
Rimbombavano passi e voci mute lungo l’arenile sdrucito e opaco del tempo, dove le attese non avevano più compattezza, cosciente che tutto era trascorso. Irrimediabilmente.
Il sole ormai era alto e i chilometri si erano ammucchiati sotto le sue scarpe, sorrise al pensiero di come il tempo non esistesse, e di quanto era una convenzione creato dall’uomo per dialogare. In stato di semi incoscienza aveva percorso venti chilometri di litorale, e ora si trovava al centro di quella cittadina che l’aveva vista bimba; felice/infelice, poco importava perché aveva amato quella sua vita sgranata come un rosario: lentamente e con grande intensità. Allora aveva fede che qualcosa potesse mutare e che ogni ostacolo era una prova da superare nella speranza di quel sole che l’attendeva all’orizzonte.
Era tempo di fare qualcosa.
Entrò nel primo negozio di abbigliamento, voleva dismettere quegli abiti neri, aveva notato in vetrina un completo in lino, bianco e voleva provarlo. Ne cercò la giusta taglia, si infilò in un camerino, si spoglio.
Alzo gli occhi e si vide riflessa: ‹‹Dove sei stata fino ad ora piccola?, torna ti prego ho bisogno di te…››, continuava a farfugliare con i suoi pensieri –in un dialogo molto intimo- quando vide qualcuno scostare la tendina con foga. Sulla soglia del camerino, una donna molto bella, alta, longilinea, mora, dietro di lei un uomo imponente, elegante, distinto, brizzolato. Lei imbarazzata chiede scusa mentre richiude la tendina, lui imbambolato rimane immobile, fisso con lo sguardo sul corpo di Julie; Julie con un sorrisino divertito alla vista di quel quadretto, e poi, quando, ancora sola riemerge gli occhi su se stessa.
‹‹Che cavolo avevi da guardare, ma ti sei visto?››
‹‹Ma l’hai vista? ››
‹‹Avevi la faccia da ebete, brutto stronzo, che cavolo guardavi in quel modo?››
‹‹Ma l’hai vista? … faccia da ebete? Chi?,...Ma dico! L’hai vista?››
‹‹E insisti? Imbecille che non sei altro, Tu! Avevi la faccia da ebete, con quell’espressione stampata sul viso da maiale… visto cosa, poi? Vuoi insinuare che sia meglio di me?››
‹‹Ma no…amore, che hai capito? Ma hai visto la lingerie che indossava? Roba da far perdere la testa…››
‹‹Brutto porco, depravato che non sei altro, insisti pure? Ti odio, maledetto a te!››
‹‹Dai Amore non fare così, ti faccio un regalo andiamo al reparto intimo…››
‹‹Mettitelo nel culo il tuo regalo…Vaffanculo stronzo, sparisci!››
Le voci andavano sfumando e Julie sorrise all’ingenuità dell’essere umano. La complicità totale è una cosa rara, ci son sempre cose, situazioni non del tutto rivelate, e ci si illude di essere parte integrante dell’altro, ma mai sarà totalmente così, perché nulla e mai perfettamente combaciante, c’è sempre un piccolo frammento mancante, quel qualcosa di non detto che fa la grande differenza. Lei lo sapeva. Come sapeva che se si fosse trovata al posto della bellissima mora, ne sarebbe rimasta intrigata e avrebbe accettato quel regalo; fonte di un nuovo gioco, un nuovo momento da vivere intensamente negli androni del piacere. Amava giocare, intrigare, vivere, donarsi e essere complice del suo uomo.
Uscì dal negozio con indosso pantaloni bianchi, magliettina nera con un cuore rosso stampato sul seno, giubbino bianco, si sentiva rinata, aveva lasciato i suoi vecchi vestiti, neri, nel camerino e la cosa gli piaceva: era come se volesse chiudere definitivamente con un passato ingombrante, doloroso, una trappola per topi troppo stretta per permettere la sopravvivenza. Asfissiante.
E ora che il treno era arrivato si accingeva a salire. Si sedette vicino al finestrino, voleva vedere scorrere il mare quando in corsa guardava il paesaggio sfilare dinanzi ai suoi occhi. Tanti fotogrammi nella trama intessuta dalla vita. Immagini che rimanevano alle spalle fino a diradarsi nell’infinito ormai andato; immagini che per un attimo di tempo sostavano al suo fianco quasi a stringersi, aderenti al suo corpo, per non sfuggire via e immagini che erano troppo avanti per essere godete in quel preciso istante.
Non riusciva più a distinguere chi viaggiasse al suo fianco tanto era immersa ad assaporare l’inconfondibile tessuto del mondo reale.
L’inconscio è un bestia rara, quando sembra che sonnecchia, riemerge inquieto e caotico al di sotto dell’ordinato mondo della coscienza.
Ora si che era pronta a partire. Libera di spiccare il volo, oltre quell’ oceano di parole prive di gesti alla luce del sole


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Dèjà vu
Postato alle 01:18 di lunedì, 05 maggio 2008
da: [Katherjne]


E’ arcano quando l’oscurità dilegua
ampliando (adagio) un’ala sugli occhi
e il creato s’inclina da una parte
nel riverbero d’albore ove
pulviscoli ondeggiano nell’ultimo raggio di luce
e intorno un profluvio che scorre in un letto di cielo.
Io, brancolo. Cercandomi.



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Viaggio
Postato alle 11:33 di venerdì, 02 maggio 2008
da: [Katherjne]



Nel silenzio
la mia mente
è una barca
mossa dalle onde
in balia del vento


Mille voci
prendono a rincorrersi
nel volo
di un gabbiano solitario
in luoghi
dove il tempo rallenta
(pacata calma)
che è il preludio di ogni cosa

La vita è un viaggio,
tutto scorre velocemente.
Non conosco il senso di questo andare
ma più sarò
naufrago
nei gorghi dell'esistenza


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Donna
Postato alle 13:15 di mercoledì, 30 aprile 2008
da: [Katherjne]
«La definizione della donna? Una sfinge senza segreti.»
Oscar Wilde



Tra ritmi è pausa,
si condensa in un ampio alito spiegato
nel sapore d’assenza
ciò che le parole perdono
ad ogni giro di frase
e l’aria sostiene,
incensa così di brusii
di pieghe appena da aprire
l’intenta attesa,
in tinta eppur diversa:
intreccio e insieme
il cielo che la percorre


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Folle(mente)
Postato alle 05:06 di martedì, 29 aprile 2008
da: [Katherjne]



Io consiglio a quelli che hanno il senso della pietà o anche il senso della vera filosofia di tener lontano da sè le frasi di certi spiriti molto pretenziosi i quali dicono che noi vediamo perchè é accaduto che abbiamo gli occhi e non che gli occhi son per vedere ... ( Discorsi di metafisica )

Mi piace osservare le reazioni di chi legge uno scritto (racconto, diario, riflessione, sfogo…) uno qualsiasi. Ci sono emozioni che iniziano a saltellare come particelle impazzite che non trovano più il loro posto. Immaginate la centrifuga di un laboratorio di analisi, tante provette con i più disparati liquidi (evitiamo di citarne, magari qualcuno potrebbe avere lo stomaco fragile), reagente e quant’altro in 1000 /1200 giri vertiginosi per 5 /15 minuti prima di essere analizzati.
Un turbinio di molecole. Corpuscoli che ne escono frastornati nel breve tratto di uno spazio ristretto. In fondo l'essenza della vita è un gigantesco e apparentemente disordinato rimescolamento di molecole che interagiscono in rete per effetto degli stimoli dell’ambiente con diversi gradi di connettività e differenti stati di sensibilità alle perturbazioni.
Mi piace osservare i pensieri che fluiscono nella mente altrui, trovi chi crede di conoscerti talmente bene da vederti fermo nello stesso attimo lungo anni interi, e mi chiedo: “come si può restare immobili nella mobilità sfrenata della vita che scorre?”.
C’è chi non sa nulla di te e penetra le cellule così nel profondo che arriva a denudarti di tutto e tu ti ritrovi a poppe e potta all’aria senza renderti conto di ciò che sta avvenendo.
E poi c’è chi legge, passa e scorre. Evidentemente le particelle son rimaste perfettamente al loro posto non si sono scomposte; non si può emozionare il mondo intero, magari scrivi solo tante stronzate.
C’è chi fa inno dei tuoi dolori, ogni dolore un trofeo da incorniciare, peccato non ci si rende conto che sul campo non c’è battaglia, ma solo un unico essere che continua a combattere se stesso.
C’è chi fa suo il tuo dolore e silenziosamente ti porge una carezza avvolta in un sorriso. L’amore non s’impara, risiede nell’animo puro: ogni perla abita la sua conchiglia.
C’è chi muore delle tue gioie, e si perde nella visione di ombre inesistenti: “Un velo si depose dinanzi agli occhi e non permise il suo divenire”.
E la giostra continua a girare all’infinito nella spirale delle ipotesi improbabili.
C’è poi chi ama scrivere, per il piacere di emozionarsi e emozionare, per il brivido della condivisione, dell’approvazione, chi ama raccontare la vita in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue emozione senza nulla togliere alla fantasia. Brani che di volta in volta, lucidi, meravigliati o disincantati, lasciando spazio alla creatività. Una raccolta di memorie, delle infinite annotazioni che ci portiamo dentro, in ogni nostro corpo, fisico o non, in ogni nostra cellula. E’ sulla base di queste memorie che agiamo e ci comportiamo.
Lasciamo libera la voglia di metterci in gioco senza dimenticare che quando si inizia un proprio percorso di ricerca, in ogni tecnica e disciplina che si incontra, in ogni libro, in ogni immagine, in ogni insegnamento, si incappa continuamente nell’esigenza di “vedere”, prescindendo dall’uso degli occhi.
La realtà va sempre oltre l’apparenza.

Ora io chiuderò gli occhi, mi turerò le orecchie, distrarrò tutti i miei sensi, cancellerò anche dal mio pensiero tutte le immagini delle cose corporee, o almeno, poiché ciò può farsi difficilmente, le riputerò vane e false; e così intrattenendo solamente me stesso e considerando il mio interno, cercherò di rendermi a poco a poco più noto e più familiare a me stesso. Io sono una cosa che pensa, cioè che dubita, che afferma, che nega, che conosce poche cose, che ne ignora molte, che ama, che odia, che vuole, che non vuole, che immagina anche, e che sente. Poiché, come ho notato prima, sebbene le cose che sento ed immagino non siano forse nulla fuori di me ed in se stesse, io sono tuttavia sicuro che quelle maniere di pensare, che chiamo sensazioni ed immaginazioni, per il solo fatto che sono modi di pensare, risiedono e si trovano certamente in me. (Cartesio in Meditazioni metafisiche)




Fossati "Io sono un uomo libero"



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Introspezione
Postato alle 05:09 di domenica, 27 aprile 2008
da: [Katherjne]

Un’altra notte a contemplare l’oscuro che si libra intorno a te.
Ho disfatto il letto, odorava di muffa. Da troppo tempo l’aria non profuma di intrighi peccaminosi, di sudore che gronda dalla pelle e umori che sfacciatamente inebriano le labbra, vogliose, silenziose complici di estasi e peccato. Da troppo tempo manca quel tatto sulla carne a contemplare la silenziosa complicità di due esseri pronti a ogni cosa pur di appagare l’istinto primordiale, quello animale, quello ferocemente voglioso: di soddisfare i sensi più intimi.
Ci sono parole, frasi, consonanti, piccole lettere che in certi momenti non vogliono uscire dalla bocca, accenni un sospiro un suono incomprensibile ai più e forse anche a te stesso, vorresti urlare il tuo sentire, il tuo desiderio, tutto ciò che cela nel tuo intimo, ma non riesci, potresti ma non escono. Cose che hai sentito graffiare fino a scorticare l’anima, cose che hai assaggiato trattenendole nella bocca un attimo infinito prima di ingoiare, cose che ti fanno sentire te stessa sempre e comunque. Poi rifletti e ti chiedi da quanto e quale filo, dei tanti che muovevano il gioco, si è spezzato, qual è la paura che avvinghia le budella contorcendoti nel dubbio, nell’incertezza, in quel maledetto terrore di non appartenere, di non essere posseduta. Perché è questo in fondo quello che volevi essere posseduta anima, corpo, mente, pelle, cellula, poro.
Sì, ogni piccolo poro avere, ogni piccolo poro dare.
E ti rivedi appesa a quell’elastico che ti ha fatto vibrare sospesa nel vuoto. Un lancio verso il mondo che incede nel suo passo senza alzare gli occhi verso il cielo, senza accorgersi che ti stai buttando, eppure basta un nulla, e il mondo, si arresterebbe a guardarti spiaccicata sull’asfalto. L’adrenalina del possedere. Un lancio vertiginoso che ti afferra il cervello, nel picchiettio del cuore che pompa all’impazzata. Un mondo visto al rovescio, piccolo, costituito da tante formiche laboriose nell’arraffarsi il pane.
E’ una notte di punti di(s)vista, che si perdono tra le note battute sulla tastiera, note inconsistenti, confuse, disordinate, distratte da quella maledetta mezza luna che filtra le persiane e sfacciatamente accarezza il corpo semivestito. Svestito. Un involucro frantumato in tante piccole (in)certezze che si vanno a far fottere nell’insostenibile debolezza dell’essere.
E’ lì che si è spezzato il filo: nell’angolo più buio della tua reclusione; giorni, mesi, anni nell’attesa di uscire allo scoperto. E quando finalmente avviene (se mai avviene completamente), ti accorgi che è troppo tardi, che qualcosa si è perso fra i tanti ciottoli che costellano una strada sterrata, una via secondaria percorsa all’infinito.
Accenno una composizione, sfioro i tasti come a suonare una dolce melodia, la sento, m’inebria mi ubriaca di desiderio. Una mano sfiora le gote umide di lacrime, ne impregna le dita, scivolano a sfiorare le labbra. E’ la tua bocca che vorrei ora, è la tua lingua che vorrei succhiare fino allo sfinimento è te che amo e amerò sempre, perché certe cose “non si ripetono due volte nella vita". Non c’è mai lo stesso treno ad attenderti, una volta perso, rimarrai ad aspettarne un altro, ma non sarà mai la stessa cosa. Mai.
Sono qui oltre la gialla linea, quella che delimita il pericolo, quella da non oltrepassare perché potresti essere investita e precipitare sui binari sotto un treno che non può arrestare la sua corsa.
Cosa accadrà ora. Ora che ho paura di essere.
Ho messo lenzuola pulite, odorano lavanda, ne preparo sempre di piccoli sacchetti per riporli nell’armadio e nei cassetti, quando i campi ne regalano i fiori in un quadro incantevole: uno spettacolo per gli occhi una delizia per l’olfatto. Il fumo di un’ultima sigaretta si eleva all’empireo. E’ tardi per dormire, ma ho finito le parole, non ve ne sono più. Metterò l’universo in un taccuino nei prossimi mesi.
La notte non è altro che un gioco della follia.




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L’ esistenza appesa
Postato alle 13:05 di giovedì, 24 aprile 2008
da: [Katherjne]


Dipinto di: Giuseppe Rivieri "L'esistenza appesa"

L’insaziabile vitalità dell’esistenza è

Emozione nella superficie dell’incorporeo ove io
sono pano (rama) in bilioni di cellule:
inesauribili operaie, nell’invisibile
superficie dell’essere in bilico entro un
tramonto languido, un cielo terso
e maestoso
nella nebbia malinconica;
(zattera che traghetta,
ancora, in un cunicolo cieco
)

Appesa a questa esistenza ho occhi,
posso(no) vedere il tempo nel suo
passaggio tra sorgere e spegnersi:
(estensione dello spazio) ove
siamo schegge di asteroidi che contemplano
ammirate l’immenso universo nelle sue possibilità.




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